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L'uomo che osservava i fiori


Ogni giorno in quella stanza l'uomo osservava i fiori. Durante lunghi minuti silenziosi, immobile, li accarezzava con gli occhi godendo della loro bellezza.
Non c'erano fiori che egli non amasse o che peggio disdegnasse. Seppure era vero che quelli sul suo tavolo erano sempre di specie pregevoli, anche se i fiori fossero stati i più semplici e comuni, come quelli di un prato, egli li avrebbe guardati ugualmente. I fiori arrivavano da lui quasi ogni giorno già puliti, ordinati e composti e gli si presentavano agli occhi nel momento di massima salute che la vita poteva offrire loro. Si dice spesso "Sei nel fiore degli anni" oppure "sei nello sbocciare della vita": delle metafore nate dai fiori, del loro significato, egli ne aveva coscienza come ne aveva della caducità della loro bellezza.
Dove stava era l'unico a vivere i fiori in quel modo, l'unico a farli esistere in quella maniera piena di senso: l'uomo che li consegnava, i destinatari… sembrava non importasse niente a nessuno.
Chi glieli consegnava non gli dava alcun peso; arrivava con i suoi carichi pesanti accompagnato da fogli e scartoffie da fargli firmare e una volta saputo dove li doveva appoggiare se ne liberava con visibile sollievo.
Le persone per cui l'uomo preparava e sistemava i fiori con grazia non se ne curavano proprio. Talvolta qualcuno di loro dava uno sguardo al messaggio che riportava il grosso biglietto ma niente di più.
I destinatari di quei fiori neppure potevano vederli. Ma questo non era importante per lui; i fiori erano vita e la vita - lui lo sapeva - era il messaggio più preziosi del loro esistere.
Alla fine del giorno, tra quei petali pieni di grazia matematica che non gli sarebbero stati richiesti indietro da nessuno, l'uomo sceglieva i più belli e ancora vigorosi e li portava con sé.
Quella vita non doveva passare inosservata, pensava; tale grazia non poteva sfiorire senza "dire" il suo miracolo silenzioso. Per questo motivo, una volta a casa, sistemava i boccioli con cura sul tavolo del suo piccolo studio e come giovani modelli su un set, fotografava i fiori.
Nel silenzio della notte quando tutti dormivano l'uomo disponeva ogni cosa e con lenti e filtri immortalata quelle forme adagiate su stoffe e superfici morbide.
I fiori lo lasciavano fare; senza scomporsi si lasciavano invadere dallo sguardo della macchina fotografica fino ai loro angoli più nascosti; nelle curve e nei piccoli incavi in cui l'occhio nudo non sarebbe riuscito a entrare nemmeno desiderandolo.
Le immagini che ne venivano fuori erano straordinarie: quelle forme vellutate, quei petali, foglie, pistilli, pollini… tutti diventavano forme provenienti da un'altra dimensione. I fiori non provavano nessun imbarazzo nel mostrare i loro organi genitali coloratissimi e sembravano sussurrare "ma perché, da cos'altro pensate che nasca la vita?".
Immortalare la vita: ecco ciò che faceva l'uomo ogni notte.
Con la macchina fotografica e il suo gesto evitava la morte ai fiori sulla carta sensibile, pur cosciente che lo scorrere del tempo non si sarebbe arrestato nella realtà.
Il Tempo: lo sapeva che il suo trascorrere incessante gli entrava dentro, lo investiva completamente e questa consapevolezza a volte lo lasciava stremato e senza forze, ma ogni giorno la vita e la fine della vita gli passavano davanti al naso, sostavano sul suo tavolo da lavoro; gli sbattevano in faccia - come il vento forte fa con una vecchia persiana - che quei fiori vivaci sarebbero diventati polvere come i corpi nelle bare su cui quei fiori che fotografava di notte venivano posati.
Nessuno si curava di questo lì dentro: chi gli consegnava le corone di fiori, i parenti del morto, il morto stesso - che Dio lo abbia in pace. Nessuno capiva il senso profondo della presenza di quei fiori lì. Nessuno tranne colui che con la morte e con la vita ci lavorava ogni giorno.
Quante volte aveva odiato quel compito difficile che gli toglieva il fiato anche dopo tanti anni di lavoro. Il beccamort si definiva con sarcasmo domandandosi a volte se la gente capiva davvero cosa significasse quell'espressione.
D'altronde, nel momento in cui manca una persona cara vorremmo maledire la vita e tutto il genere umano e in certi casi addirittura essere morti noi per non stare così male. Dunque non è quello il tempo di farsi domande…
Eppure quel frangente così difficile da sopportare - che un altro impiego non avrebbe mai permesso - consentiva all'uomo un rapporto con la morte che non aveva nessun altro e che elaborato negli occhi, nella testa e nelle viscere si trasformava per lui in arte. Perché vedere tante vite finire, ogni giorno, tutti i giorni, non poteva sortire che due effetti: ucciderlo oppure farlo aggrappare con forza straordinaria alla vita che qualcuno gli aveva dato.
Chissà da dove ha origine l'usanza dei fiori sulle bare, davanti alle tombe. Certo è che quegli esseri eleganti e odorosi sono lì a dire che la vita è una ruota che corre veloce, che scivola, su cui scivoliamo, di cui crediamo di possedere il manico del coltello, mentre non siamo padroni nemmeno della lama, nemmeno della sua punta.
Siamo anime in affitto dentro i corpi che ci ospitano e di cui un giorno scadrà la locazione: questo dicono i fiori; e anche se suona come una contraddizione essi lo fanno col massimo della dolcezza e della grazia, profumando.

L'uomo che osservava i fiori questo lo sa e ogni volta che scatta una fotografia, di notte, sta facendo l'amore con il Creato.

Per Mirco,

Simona Guerra,
13 aprile 2016



 
 

Mirco Belacchi riflette sul tema della maschera e sui molteplici significati che essa può assumere a secondo del contesto o del sistema semantico nel quale è usata, ma soprattutto è attratto dal suo carattere inquietante e perturbante. Lo si direbbe stregato, ricordando l'etimologia del vocabolo, peraltro incerta, da masca, 'strega' nella bassa latinità.
Nella maschera si manifesta un altro sé stesso che diventa attore, che si muove ambiguamente tra i registri del reale, dell'immaginario e del simbolico, che si maschera per poter parlare ma anche per essere ascoltato. Del resto la persona, termine che oggi indica ogni essere umano, era in origine il vocabolo che indicava la maschera degli attori. Così nella maschera si innesta pure il tema del doppio, con tutte le sue implicazioni antropologiche e letterarie. Ma come si muove Belacchi in questo intrigo fantasmatico? Si può dire che costruisce maschere virtuali, e teatrali. Fotografa quello che non sarebbe fotografabile, cioè l'idea, come se la fotocamera entrasse nell'inconscio e si mettesse a fotografare lì dentro, orientando il flusso delle luci e dei significati. In effetti le luci che vengono proiettate sull'immagine sono come le proiezioni culturali di cui l'immagine stessa si carica, riflessi e rimandi per i quali il titolo diventa un indizio. L'abilità tecnica e artistica di Belacchi sta dunque in questa capacità di condensare in simboli interi nuclei narrativi, poiché le sue fotografie non sono statiche, congelate nell'istante dell'azione, ma sembrano portali di accesso a racconti sedimentati e condivisi: la bautta veneziana, lo stige, il labirinto.

Marco Ferri



 
 

Mirco Belacchi usa un linguaggio fotografico che ad una prima lettura appare soprattutto intimista, onirico, a tratti quasi medianico. Un linguaggio che può apparire inquietante, angosciante, a tratti macabro. Eppure c'è molto altro, nel suo linguaggio. C'è una ricerca colta, la consapevolezza continua eppure schiva di una poetica alta, mai banale, che punta dritta all'essenza stessa del vivere, dell'inconscio, della fugacità del tempo. C'è il De André di Spoon River, il Borges dell'Aleph, c'è Saramago e il Kafka delle metamorfosi, l'Antonius Block di Bergman e lo Stéphane Miroux de "L'arte del sogno". C'è la ricerca di un tempo proprio, libera del timore di fermarlo e al tempo stesso libera dalla retorica della nostalgia; una ricerca che usa il colore per disegnare un inno alla vita ("Lunga vita a quelli che cantano nel sogno", ci ricorda Vysotsky), e che si muove lungo un vento curioso e sfacciato, memore dello sguardo di Haas e di Wenders.
In questo lavoro, "Le Maschere" cerca di analizzare l'uomo in tutti le sue necessarie stratificazioni, astenendosi da qualsiasi forma di giudizio etico, ma avendo presente una "summa pietas" che rivolge a se stesso ed ai componenti della propria razza.

Monique Erba Robin



 
 

Sedetevi, toglietevi dagli occhi tutti i drappi di protezione che vi tengono a distanza da verità, ossessioni, paure, orrori, e iniziate questo coraggioso allucinato allucinante viaggio di un uomo che ha percorso sé stesso.
Immagini danzanti, oniriche, flash colorati di psichedelìa quasi dolorosa ne feriscono la visione.
Uomini, non-uomini, ossa e plastica, sperma e sangue, realtà e finzioni, sdoppiamenti rifrazioni amputazioni e innesti di consapevole non-unità.
Scandagliare la propria essenza non è lavoro facile. Frugare negli anfratti più nascosti e bui che spesso sanno di stantìo e tanfo e odori mai sentiti non è azione priva di sofferenza.
La molteplicità che è insita nell'uomo dovrebbe essere verità assodata e in qualche modo confortante.
Ma questo non è.
Accartocciarsi in sé stessi per trovare risposte, per dare senso e dignità a ciò che siamo, per mettere a nudo la coesistenza ribelle violenta prepotente di tante ombre originate dall'ombra-matrice (madre) di noi stessi dà luogo ad una sorta di rassegnata solitudine che non lascia spazio al "fuori", già troppo popolato il nostro "dentro" per rarefare ancora di più il già scarso spazio vitale concessoci.
Siamo mille maschere che si avvicendano l'una all'altra, l'una accanto all'altra. Non potendo esplodere, implodiamo.
Vorrei poter dire che si viaggia in autobus panoramico a due piani, viaggio a diversi livelli di coscienza e conoscenza; vorrei poter dire che ha un inizio e una fine questo rimestarsi impietosamente l'anima, ma ciò che rassegnata mi rimane da fare è prendere atto di una verità: ci si è infilati in un cul-de-sac.
E non si può far altro che guardare con pietà questa moltitudine di Io frammentati che hanno una sola certezza nel loro vivere convivendo.

Elisabetta Acri



 
 

Quando per la prima volta il mio sguardo si è posato sul lavoro di Mirco Belacchi la sensazione è stata quella di un forte senso di contrasto, un impatto emozionale che all'unisono mi ha trasmesso angoscia e piacere. L'affascinante percorso che Belacchi ci propone, fatto di circa un centinaio di scatti fotografici abbinati a testi didascalici apparentemente di difficile interpretazione - ma che in realtà donano una profonda chiave di lettura - ci accompagna in un mondo perturbante, denso di domande, con poche risposte, ma comunque fortemente reale.
L'assoluto protagonista delle opere, il volto, la nostra guida, ci conduce in un percorso che anima e corpo sono obbligati a compiere per giungere alla verità, per trovare se stessi e finalmente ricongiungersi. Dobbiamo scomporci e decomporci per conoscerci: sollevare finalmente quella sorta di maschera che siamo obbligati ad indossare sin dalla prima nostra luce e che ci accompagnerà fino al più totale buio. Togliere la maschera. Strapparsela di dosso e sentirsi. Togliersi dal volto e dal corpo e dall'anima, pezzetto per pezzetto, tutto quello che ci fa sentire vivi. Per poterci riappropriare della vita.
Lo stesso processo di frantumazione dell'essere diviene così una sorta di catarsi, di purificazione del Sé attraverso l'oblio della morte, che punisce, distrugge, ma al contempo crea consapevolezza e conoscenza, nella sua temibile ed angosciante accezione di trasformazione del corpo e dell'anima.
Nell'opera di Belacchi tutto si trasforma. Si trasforma innanzi tutto l'ordine generale delle cose; si trasforma la sua statica e convenzionale placidità. E diventa caos, annebbiandosi e sfumando come una goccia d'inchiostro che si lacera soavemente all'interno di un bicchiere colmo d'acqua; che si sfalda, si decompone e annebbia la limpidezza del liquido, mescolandosi ad esso ed adattando la sua forma in un qualche modo alla volontà dell'acqua, che rende il colore impotente, mansueto, debole… senza riuscire però a demolirlo del tutto, senza riuscire ad annichilirlo, senza riuscire a distruggerlo. Ecco, una goccia d'inchiostro sulla limpidezza dell'acqua, che va a disturbarne la linearità, l'ordine… ma che poco dopo si ritrova ad essere un tutt'uno con essa. Come ne fosse una parte integrante, direi quasi vitale, per come questi due elementi sembrano in simbiosi l'uno con l'altro… L'apparente (o reale?) disordine che viene creandosi tra le particelle di questi due liquidi è l'esempio più chiaro di quello che è definito il concetto fondamentale dell'entropia: dall'ordine al caos.
Le fotografie di Mirco Belacchi ci accompagnano dentro le cose, per comprenderne il senso, per vederne le sfumature… per disturbare quel senso di linearità e ordine che la maschera che ogni giorno indossiamo, ci impone e che forse ci impedisce di vedere. Per essere noi stessi quella goccia di inchiostro. E scomporci, romperci, frantumarci, fino a diventare migliaia e migliaia di piccole goccioline di colore che si mescolano inevitabilmente a quel che ci sta attorno. Per poi ritrovare quiete… nel caos, nel disordine di un bicchiere d'acqua apparentemente limpido, ma pregno di inchiostro. Ed abituarcisi, viverci e conviverci consapevolmente.
Un'entropia fotografica, dunque, per "indistinguere, confondere, fondere, rifondere e poi… (finalmente) rifondare" noi stessi.

Christina C. Magnanelli Weitensfelder



 
 

Mirco Belacchi, fotografo di scavo e polimorfo, la racconta facendo interagire armonicamente pittura e fotografia, come un figlio che non dimentica mai la vecchia madre, con posture elicoidali ed obbiettivo fotografico volutamente strabico, sovrapponendo il suo sguardo rotatorio e profondo alle orografie segrete di quei visi, come un vero fotoreporter dell'anima. Riemergono così, poco a poco, dai volti e dai mezzi busti dissepolti dalle ciprie e dal mascara, senza tempo e senza data, gli itinerari psicologici percorsi da Nori nei lunghi viali d'ombra della propria camera e le parole non dette di una donna a metà, reclusa e perduta nei suoi monologhi grigi, ma viva ed aperta a soliloqui fantastici e salvifici con ogni superficie, che lei trasforma per incanto in meraviglia cupa ed inquieta.

Prof. Massimo Bini



 
   
 



The man who Observed flowers

Every single day, the man observed flowers in that room. During long and silent minutes, he caressed them with his eyes.
He was motionless, just to soak up their beauty. There were no flowers he disliked or hated.
Although he had only valuable blossom on his table, he would have observed also easier and more common kind of flowers.
Almost every day, he received neat and accurate flower arrangements: he could look at them during their most beautiful period of life. There are lots of metaphors connected to flowers, to their meaning. He knew that as he knew the transience of beauty.

Where he lived, the man was the only one to feel the flower in that particular way. He was the only one able to give them such a strong meaning. The delivery man, other customers, no one had the same interest in blossoms that he had.
The delivery man arrived, careless with his heavy loads and paperwork to firm. He went away relieved as soon as he had known where to leave goods.
The man prepared flowers for people, but they didn't care. Sometimes someone got a look at the message written in the greeting card, but nothing more.
Recipients of those flowers couldn't see them. But he didn't concern. Blossoms were life and life was their most valuable message. At the end of the day, beneath those petals full of mathematic grace, he chose the most beautiful and vigorous blossoms and he took them along. Nobody would ask them back. "This life wouldn't pass unnoticed", he thought. That grace couldn't fade without saying her silent miracle. For that reason, after he have come back home, he prepared buds with care on the table of his studio and he photographed them, like they were young models on a photo set.
In silent nights, when everyone fell asleep, the man put every single thing on cloth or soft surface and he took a picture with lenses and filters. Blossoms let him do it. Without any problem, they let him look at them. The camera invaded their holes and it arrived till their secrets recess. Not even an eye could do that, even if it would.
He created amazing pictures: those velvet forms, those petals, leaves, pistils, pollens.. Everything became an alien form. Flowers weren't shamed to let him photograph their colorful genital organs, as they thought: "Eh dude, where do you think life starts?". Every single night he immortalized the life.
He could defeat the death of flowers just using a camera, but he know that the scrolling time would never have stopped in the reality.
Time: the man knew that scrolling knock over everything and this consciousness, sometimes, let him restless and exhausted. However, everyday life and death passed in front of his eyes and they stopped on his desk. They slammed the reality on his face - as the storm do with an open window.
Those blossoms indeed would have become dust, as a corpse in a tomb where flower arrangements were put.
No one took care of this, the delivery man or dead's relatives even the dead – God bless him!.
No one could understand the deep importance of those flower there.
No one, except the one who worked with life and death everyday.
How much times he hated that hard job: it took his breath away even after lots of years.
He defined himself the "Beccamort" sarcastically. Maybe other people couldn't understand that expression, he didn't know. On the other hand, when you lost an important person, you only want to curse life and the entire mankind. Sometimes, you want to be dead just for not suffering anymore.
So, that is not the time to ask questions...
However, that time lapse so hard to bear, allowed the man to have a strictly partnership with death. He could transform that obscure feeling in art.
Seeing lots of lives end every single day sorts two effects: it can kill you or make you cling strenuously to life.
We don't know where the custom of putting flowers on coffins, or in front of tombstones, were born. But those elegant and fragrant beings are there just to say that life is a wheel: it run quickly, it slips and we slip on with it. We believe that we can control life but we can't.
We are souls to rent in bodies that host us.
One day the lease will expire.
That's what blossoms say.
It seems to be a sort of contradiction but they say that with a sweet peace, perfuming.
The man who observe flowers know that and every single time he photographs in the night, he is making love with the Universe.

To Mirco,

Simona Guerra,
13 aprile 2016



 
 

Mirco Belacchi reflects on themes of the mask and on multiple meanings that it can have in particular contests or in a semantic system. He is expecially interested in its disturbing and uncanny nature. We could define Mirco "bewitched", remembering Latin uncertain etymology, from "masca" to "witch".
In the mask he manifests another himself who becomes an actor. As an actor , he can move ambiguously through the reality, the imaginary and the symbolic. He masquerades himself to talk but also to be listened.
"Person", indeed, was the word used to suggest the actor's mask and, nowadays, we use that word to indicate the mankind.
So, we also have the theme of "the double" in the mask, with all of the anthropogical and literary implications.
How does Mirco Belacchi move inside this phantasmal intrigue?
We could say that he builds critical and theatrical masks.
He photographs what is "unphotographable", like the idea.
The camera could enter the unconscious and he photographs inside that. He can orient the lights and meanings flow.
Projected lights on images are like cultural projections of which images is loaded. Reflexes and references for which the title becomes a clue.
Belacchi's technical and artistic skill consists in that ability to summarize narrative essences in undivided symbols. His photos aren't frozen or static in the instant of action. But they seem to be access portals to romantic tales: the Venetian Bautta, the Styx, the Labirinth.

Marco Ferri 



 
 

Mirco Belacchi has got a photographic language that seems to be a dreamlike, an intimate psychic one, at first sight. A language that may seems a disturbing, distressing and, at time, a macabre one.
There are a read search, a continuous but shy consciousness of a refined and never mundane poetics. That poetics goes straight on to the essence of life, unconscious and transience of time.
De Andrè with "Spoon River", Borges with "Aleph", Saramago and Kafka with "Metamorphoses", Bergman with "Antonius Black" and Stéphan MIroux with "Dream Art", they all live in his works.
We can observe the search of an own time, a search that is free from the rhetoric of homesickness.
We can also note a search that uses colors to draw a hymn of life (Vysotswky said: "Long life to those who sing in the dream") : this search moves along a brash and curious wind, mindful of Haas and Wender's sight.
In this work, "Masks", Mirco tries to analyze the man in all of his necessary stratifications, without giving any ethic judgment, but bearing in mind a "summa pietas" that he gives to himself and to the entire mankind.

Monique Erba Robin 



 
 

Sit down and take off every protections (obsessions, fears, horrors) those keep you far from the truth, and start this curious, beacuse, haunted journey. It's the journey of a man who explored himself. Dancing, dreamlike images, colorful flashes of nearly suffering psychedelia hurt the vision.
Men, not-men, bones and plastic, semen and blood, reality and fictions, splitting, refractions, amputations and implants of conscious not-unit.
Exploring the own essence is not an easy work. Rummaging in darkest and hidden ravines, those usually smell as stale and stench, as smells never perceive before: that's not a suffering-free action. The multiplicity inside the man should be a well-estabilished and somewhat comforting truth. But this not that.
Turning in on themselves just to find answers, to give a sense and dignity to what we are. Stripping the rebel, violent and bully coexistence of such a lot of shadows, born by a "mother-shadow" of ourselves, create a sort of resigned loneliness that leaves no room for the "outside", because our "inside" is enough full of solitude, so we cannot dilute again our living space.
We are one hundred masks those live next to each other. We cannot explode so we implode.
I would like to say that we travelling on a double decker in a journey with different levels of awareness and knowledge. I would like to say this soul reshuffle mercilessly has got a beginning and an end , but I can just resign myself to this truth: we are in a "cul-de-sac".
We cannot do anything except for seeing pitifully this multitude of fragmented "Egos" that have just one certainly in their living together.

Elisabetta Acri 



 
 

When I saw Mirco Belacchi's works for the first time, I felt a strong contrast sensation, as an emotional impact, that sent me emotions of anguish and pleasure.
Belacchi proposes us a fascinated path, made by a hundred photos connected to tests, those appear difficult to interpret. They are, indeed, capable to give us a deep reading key.
Mirco brings us in a disturbing world, that is full of questions and poor of answer but it's absolutely real.
The main character of his works is the face and it is our guide in path that a man has to do to reach the truth and to find himself. We have to decompose ourselves to better understand us.
We must take off the mask we are obliged to wear until death. Taking off the mask. Take it off and feel. Taking off from the face and the body everything let us feel alive.
In this way, we can regain life. The "Ego" fragmentation process begin, a sort of catharsis, a self-purification through the oblivion of death, which punishes, destroys. A the same time , it create knowledge and awareness in its fearsome, disturbing meaning of man transformation.
Everything changes in Mirco Belacchi' s work.
Firstly, the order of the world, its static and traditional placidity, is transformed.
And it becomes chaos, fogging and blurring like a drop of ink that is lacerated softly in a glass full of water.
This drop changes the clarity of water, which makes the color weak and tame. However, the water cannot destroy all the ink color. Ink and water become one. These two elements seem to be each other in symbiosis.
The apparent (o real?) chaos is created in spaces between these particles. It is the most simple example of the entropy: from order to chaos.
Mirco Belacchi' s photos bring us inside things to better understand them and to see their shades.
They can disturb the sense of linearity and the order that the mask we're wearing don't let us to see. We have to be that drop of ink. We have to become a thousand of little colorful drops those reshuffle with everything everywhere.
Then, they find serenity in chaos, in a disturbing glass of water apparently clear but full of ink. We have to live knowingly. So, a photographic entropy is used to confuse, melt, remelt and, at last to refound ourselves.

Christina C. Magnanelli Weitensfelder 



 



L'uomo che osservava i fiori
Ogni giorno in quella stanza l'uomo osservava i fiori. Durante lunghi minuti silenziosi, immobile, li accarezzava con gli occhi godendo della loro bellezza.
Non c'erano fiori che egli non amasse o che peggio disdegnasse. Seppure era vero che quelli sul suo tavolo erano sempre di specie pregevoli, anche se i fiori fossero stati i più semplici e comuni, come quelli di un prato, egli li avrebbe guardati ugualmente. I fiori arrivavano da lui quasi ogni giorno già puliti, ordinati e composti e gli si presentavano agli occhi nel momento di massima salute che la vita poteva offrire loro. Si dice spesso "Sei nel fiore degli anni" oppure "sei nello sbocciare della vita": delle metafore nate dai fiori, del loro significato, egli ne aveva coscienza come ne aveva della caducità della loro bellezza.
Dove stava era l'unico a vivere i fiori in quel modo, l'unico a farli esistere in quella maniera piena di senso: l'uomo che li consegnava, i destinatari… sembrava non importasse niente a nessuno.
Chi glieli consegnava non gli dava alcun peso; arrivava con i suoi carichi pesanti accompagnato da fogli e scartoffie da fargli firmare e una volta saputo dove li doveva appoggiare se ne liberava con visibile sollievo.
Le persone per cui l'uomo preparava e sistemava i fiori con grazia non se ne curavano proprio. Talvolta qualcuno di loro dava uno sguardo al messaggio che riportava il grosso biglietto ma niente di più.
I destinatari di quei fiori neppure potevano vederli. Ma questo non era importante per lui; i fiori erano vita e la vita - lui lo sapeva - era il messaggio più preziosi del loro esistere.
Alla fine del giorno, tra quei petali pieni di grazia matematica che non gli sarebbero stati richiesti indietro da nessuno, l'uomo sceglieva i più belli e ancora vigorosi e li portava con sé.
Quella vita non doveva passare inosservata, pensava; tale grazia non poteva sfiorire senza "dire" il suo miracolo silenzioso. Per questo motivo, una volta a casa, sistemava i boccioli con cura sul tavolo del suo piccolo studio e come giovani modelli su un set, fotografava i fiori.
Nel silenzio della notte quando tutti dormivano l'uomo disponeva ogni cosa e con lenti e filtri immortalata quelle forme adagiate su stoffe e superfici morbide.
I fiori lo lasciavano fare; senza scomporsi si lasciavano invadere dallo sguardo della macchina fotografica fino ai loro angoli più nascosti; nelle curve e nei piccoli incavi in cui l'occhio nudo non sarebbe riuscito a entrare nemmeno desiderandolo.
Le immagini che ne venivano fuori erano straordinarie: quelle forme vellutate, quei petali, foglie, pistilli, pollini… tutti diventavano forme provenienti da un'altra dimensione. I fiori non provavano nessun imbarazzo nel mostrare i loro organi genitali coloratissimi e sembravano sussurrare "ma perché, da cos'altro pensate che nasca la vita?".
Immortalare la vita: ecco ciò che faceva l'uomo ogni notte.
Con la macchina fotografica e il suo gesto evitava la morte ai fiori sulla carta sensibile, pur cosciente che lo scorrere del tempo non si sarebbe arrestato nella realtà.
Il Tempo: lo sapeva che il suo trascorrere incessante gli entrava dentro, lo investiva completamente e questa consapevolezza a volte lo lasciava stremato e senza forze, ma ogni giorno la vita e la fine della vita gli passavano davanti al naso, sostavano sul suo tavolo da lavoro; gli sbattevano in faccia - come il vento forte fa con una vecchia persiana - che quei fiori vivaci sarebbero diventati polvere come i corpi nelle bare su cui quei fiori che fotografava di notte venivano posati.
Nessuno si curava di questo lì dentro: chi gli consegnava le corone di fiori, i parenti del morto, il morto stesso - che Dio lo abbia in pace. Nessuno capiva il senso profondo della presenza di quei fiori lì. Nessuno tranne colui che con la morte e con la vita ci lavorava ogni giorno.
Quante volte aveva odiato quel compito difficile che gli toglieva il fiato anche dopo tanti anni di lavoro. Il beccamort si definiva con sarcasmo domandandosi a volte se la gente capiva davvero cosa significasse quell'espressione.
D'altronde, nel momento in cui manca una persona cara vorremmo maledire la vita e tutto il genere umano e in certi casi addirittura essere morti noi per non stare così male. Dunque non è quello il tempo di farsi domande…
Eppure quel frangente così difficile da sopportare - che un altro impiego non avrebbe mai permesso - consentiva all'uomo un rapporto con la morte che non aveva nessun altro e che elaborato negli occhi, nella testa e nelle viscere si trasformava per lui in arte. Perché vedere tante vite finire, ogni giorno, tutti i giorni, non poteva sortire che due effetti: ucciderlo oppure farlo aggrappare con forza straordinaria alla vita che qualcuno gli aveva dato.
Chissà da dove ha origine l'usanza dei fiori sulle bare, davanti alle tombe. Certo è che quegli esseri eleganti e odorosi sono lì a dire che la vita è una ruota che corre veloce, che scivola, su cui scivoliamo, di cui crediamo di possedere il manico del coltello, mentre non siamo padroni nemmeno della lama, nemmeno della sua punta.
Siamo anime in affitto dentro i corpi che ci ospitano e di cui un giorno scadrà la locazione: questo dicono i fiori; e anche se suona come una contraddizione essi lo fanno col massimo della dolcezza e della grazia, profumando.

L'uomo che osservava i fiori questo lo sa e ogni volta che scatta una fotografia, di notte, sta facendo l'amore con il Creato.

Per Mirco,

Simona Guerra,
13 aprile 2016



Mirco Belacchi riflette sul tema della maschera e sui molteplici significati che essa può assumere a secondo del contesto o del sistema semantico nel quale è usata, ma soprattutto è attratto dal suo carattere inquietante e perturbante. Lo si direbbe stregato, ricordando l'etimologia del vocabolo, peraltro incerta, da masca, 'strega' nella bassa latinità.
Nella maschera si manifesta un altro sé stesso che diventa attore, che si muove ambiguamente tra i registri del reale, dell'immaginario e del simbolico, che si maschera per poter parlare ma anche per essere ascoltato. Del resto la persona, termine che oggi indica ogni essere umano, era in origine il vocabolo che indicava la maschera degli attori. Così nella maschera si innesta pure il tema del doppio, con tutte le sue implicazioni antropologiche e letterarie. Ma come si muove Belacchi in questo intrigo fantasmatico? Si può dire che costruisce maschere virtuali, e teatrali. Fotografa quello che non sarebbe fotografabile, cioè l'idea, come se la fotocamera entrasse nell'inconscio e si mettesse a fotografare lì dentro, orientando il flusso delle luci e dei significati. In effetti le luci che vengono proiettate sull'immagine sono come le proiezioni culturali di cui l'immagine stessa si carica, riflessi e rimandi per i quali il titolo diventa un indizio. L'abilità tecnica e artistica di Belacchi sta dunque in questa capacità di condensare in simboli interi nuclei narrativi, poiché le sue fotografie non sono statiche, congelate nell'istante dell'azione, ma sembrano portali di accesso a racconti sedimentati e condivisi: la bautta veneziana, lo stige, il labirinto.

Marco Ferri



Mirco Belacchi usa un linguaggio fotografico che ad una prima lettura appare soprattutto intimista, onirico, a tratti quasi medianico. Un linguaggio che può apparire inquietante, angosciante, a tratti macabro. Eppure c'è molto altro, nel suo linguaggio. C'è una ricerca colta, la consapevolezza continua eppure schiva di una poetica alta, mai banale, che punta dritta all'essenza stessa del vivere, dell'inconscio, della fugacità del tempo. C'è il De André di Spoon River, il Borges dell'Aleph, c'è Saramago e il Kafka delle metamorfosi, l'Antonius Block di Bergman e lo Stéphane Miroux de "L'arte del sogno". C'è la ricerca di un tempo proprio, libera del timore di fermarlo e al tempo stesso libera dalla retorica della nostalgia; una ricerca che usa il colore per disegnare un inno alla vita ("Lunga vita a quelli che cantano nel sogno", ci ricorda Vysotsky), e che si muove lungo un vento curioso e sfacciato, memore dello sguardo di Haas e di Wenders.
In questo lavoro, "Le Maschere" cerca di analizzare l'uomo in tutti le sue necessarie stratificazioni, astenendosi da qualsiasi forma di giudizio etico, ma avendo presente una "summa pietas" che rivolge a se stesso ed ai componenti della propria razza.

Monique Erba Robin



Sedetevi, toglietevi dagli occhi tutti i drappi di protezione che vi tengono a distanza da verità, ossessioni, paure, orrori, e iniziate questo coraggioso allucinato allucinante viaggio di un uomo che ha percorso sé stesso.
Immagini danzanti, oniriche, flash colorati di psichedelìa quasi dolorosa ne feriscono la visione.
Uomini, non-uomini, ossa e plastica, sperma e sangue, realtà e finzioni, sdoppiamenti rifrazioni amputazioni e innesti di consapevole non-unità.
Scandagliare la propria essenza non è lavoro facile. Frugare negli anfratti più nascosti e bui che spesso sanno di stantìo e tanfo e odori mai sentiti non è azione priva di sofferenza.
La molteplicità che è insita nell'uomo dovrebbe essere verità assodata e in qualche modo confortante.
Ma questo non è.
Accartocciarsi in sé stessi per trovare risposte, per dare senso e dignità a ciò che siamo, per mettere a nudo la coesistenza ribelle violenta prepotente di tante ombre originate dall'ombra-matrice (madre) di noi stessi dà luogo ad una sorta di rassegnata solitudine che non lascia spazio al "fuori", già troppo popolato il nostro "dentro" per rarefare ancora di più il già scarso spazio vitale concessoci.
Siamo mille maschere che si avvicendano l'una all'altra, l'una accanto all'altra. Non potendo esplodere, implodiamo.
Vorrei poter dire che si viaggia in autobus panoramico a due piani, viaggio a diversi livelli di coscienza e conoscenza; vorrei poter dire che ha un inizio e una fine questo rimestarsi impietosamente l'anima, ma ciò che rassegnata mi rimane da fare è prendere atto di una verità: ci si è infilati in un cul-de-sac.
E non si può far altro che guardare con pietà questa moltitudine di Io frammentati che hanno una sola certezza nel loro vivere convivendo.

Elisabetta Acri



Quando per la prima volta il mio sguardo si è posato sul lavoro di Mirco Belacchi la sensazione è stata quella di un forte senso di contrasto, un impatto emozionale che all'unisono mi ha trasmesso angoscia e piacere. L'affascinante percorso che Belacchi ci propone, fatto di circa un centinaio di scatti fotografici abbinati a testi didascalici apparentemente di difficile interpretazione - ma che in realtà donano una profonda chiave di lettura - ci accompagna in un mondo perturbante, denso di domande, con poche risposte, ma comunque fortemente reale.
L'assoluto protagonista delle opere, il volto, la nostra guida, ci conduce in un percorso che anima e corpo sono obbligati a compiere per giungere alla verità, per trovare se stessi e finalmente ricongiungersi. Dobbiamo scomporci e decomporci per conoscerci: sollevare finalmente quella sorta di maschera che siamo obbligati ad indossare sin dalla prima nostra luce e che ci accompagnerà fino al più totale buio. Togliere la maschera. Strapparsela di dosso e sentirsi. Togliersi dal volto e dal corpo e dall'anima, pezzetto per pezzetto, tutto quello che ci fa sentire vivi. Per poterci riappropriare della vita.
Lo stesso processo di frantumazione dell'essere diviene così una sorta di catarsi, di purificazione del Sé attraverso l'oblio della morte, che punisce, distrugge, ma al contempo crea consapevolezza e conoscenza, nella sua temibile ed angosciante accezione di trasformazione del corpo e dell'anima.
Nell'opera di Belacchi tutto si trasforma. Si trasforma innanzi tutto l'ordine generale delle cose; si trasforma la sua statica e convenzionale placidità. E diventa caos, annebbiandosi e sfumando come una goccia d'inchiostro che si lacera soavemente all'interno di un bicchiere colmo d'acqua; che si sfalda, si decompone e annebbia la limpidezza del liquido, mescolandosi ad esso ed adattando la sua forma in un qualche modo alla volontà dell'acqua, che rende il colore impotente, mansueto, debole… senza riuscire però a demolirlo del tutto, senza riuscire ad annichilirlo, senza riuscire a distruggerlo. Ecco, una goccia d'inchiostro sulla limpidezza dell'acqua, che va a disturbarne la linearità, l'ordine… ma che poco dopo si ritrova ad essere un tutt'uno con essa. Come ne fosse una parte integrante, direi quasi vitale, per come questi due elementi sembrano in simbiosi l'uno con l'altro… L'apparente (o reale?) disordine che viene creandosi tra le particelle di questi due liquidi è l'esempio più chiaro di quello che è definito il concetto fondamentale dell'entropia: dall'ordine al caos.
Le fotografie di Mirco Belacchi ci accompagnano dentro le cose, per comprenderne il senso, per vederne le sfumature… per disturbare quel senso di linearità e ordine che la maschera che ogni giorno indossiamo, ci impone e che forse ci impedisce di vedere. Per essere noi stessi quella goccia di inchiostro. E scomporci, romperci, frantumarci, fino a diventare migliaia e migliaia di piccole goccioline di colore che si mescolano inevitabilmente a quel che ci sta attorno. Per poi ritrovare quiete… nel caos, nel disordine di un bicchiere d'acqua apparentemente limpido, ma pregno di inchiostro. Ed abituarcisi, viverci e conviverci consapevolmente.
Un'entropia fotografica, dunque, per "indistinguere, confondere, fondere, rifondere e poi… (finalmente) rifondare" noi stessi.

Christina C. Magnanelli Weitensfelder



Mirco Belacchi, fotografo di scavo e polimorfo, la racconta facendo interagire armonicamente pittura e fotografia, come un figlio che non dimentica mai la vecchia madre, con posture elicoidali ed obbiettivo fotografico volutamente strabico, sovrapponendo il suo sguardo rotatorio e profondo alle orografie segrete di quei visi, come un vero fotoreporter dell'anima. Riemergono così, poco a poco, dai volti e dai mezzi busti dissepolti dalle ciprie e dal mascara, senza tempo e senza data, gli itinerari psicologici percorsi da Nori nei lunghi viali d'ombra della propria camera e le parole non dette di una donna a metà, reclusa e perduta nei suoi monologhi grigi, ma viva ed aperta a soliloqui fantastici e salvifici con ogni superficie, che lei trasforma per incanto in meraviglia cupa ed inquieta.

Prof. Massimo Bini



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The man who Observed flowers

Every single day, the man observed flowers in that room. During long and silent minutes, he caressed them with his eyes.
He was motionless, just to soak up their beauty. There were no flowers he disliked or hated.
Although he had only valuable blossom on his table, he would have observed also easier and more common kind of flowers.
Almost every day, he received neat and accurate flower arrangements: he could look at them during their most beautiful period of life. There are lots of metaphors connected to flowers, to their meaning. He knew that as he knew the transience of beauty.

Where he lived, the man was the only one to feel the flower in that particular way. He was the only one able to give them such a strong meaning. The delivery man, other customers, no one had the same interest in blossoms that he had.
The delivery man arrived, careless with his heavy loads and paperwork to firm. He went away relieved as soon as he had known where to leave goods.
The man prepared flowers for people, but they didn't care. Sometimes someone got a look at the message written in the greeting card, but nothing more.
Recipients of those flowers couldn't see them. But he didn't concern . Blossoms were life and life was their most valuable message. At the end of the day, beneath those petals full of mathematic grace, he chose the most beautiful and vigorous blossoms and he took them along. Nobody would ask them back. "This life wouldn't pass unnoticed", he thought. That grace couldn't fade without saying her silent miracle. For that reason, after he have come back home, he prepared buds with care on the table of his studio and he photographed them, like they were young models on a photo set.
In silent nights, when everyone fell asleep, the man put every single thing on cloth or soft surface and he took a picture with lenses and filters. Blossoms let him do it. Without any problem, they let him look at them. The camera invaded their holes and it arrived till their secrets recess. Not even an eye could do that, even if it would.
He created amazing pictures: those velvet forms, those petals, leaves, pistils, pollens.. Everything became an alien form. Flowers weren't shamed to let him photograph their colorful genital organs, as they thought : "Eh dude, where do you think life starts?". Every single night he immortalized the life.
He could defeat the death of flowers just using a camera, but he know that the scrolling time would never have stopped in the reality.
Time: the man knew that scrolling knock over everything and this consciousness, sometimes, let him restless and exhausted. However, everyday life and death passed in front of his eyes and they stopped on his desk. They slammed the reality on his face - as the storm do with an open window.
Those blossoms indeed would have become dust, as a corpse in a tomb where flower arrangements were put.
No one took care of this, the delivery man or dead's relatives even the dead – God bless him!.
No one could understand the deep importance of those flower there.
No one, except the one who worked with life and death everyday.
How much times he hated that hard job: it took his breath away even after lots of years.
He defined himself the "Beccamort" sarcastically. Maybe other people couldn't understand that expression, he didn't know. On the other hand, when you lost an important person, you only want to curse life and the entire mankind. Sometimes, you want to be dead just for not suffering anymore.
So, that is not the time to ask questions...
However, that time lapse so hard to bear, allowed the man to have a strictly partnership with death. He could transform that obscure feeling in art.
Seeing lots of lives end every single day sorts two effects: it can kill you or make you cling strenuously to life.
We don't know where the custom of putting flowers on coffins, or in front of tombstones, were born. But those elegant and fragrant beings are there just to say that life is a wheel: it run quickly, it slips and we slip on with it. We believe that we can control life but we can't.
We are souls to rent in bodies that host us.
One day the lease will expire.
That's what blossoms say.
It seems to be a sort of contradiction but they say that with a sweet peace, perfuming.
The man who observe flowers know that and every single time he photographs in the night, he is making love with the Universe.

To Mirco,

Simona Guerra,
13 aprile 2016



Mirco Belacchi reflects on themes of the mask and on multiple meanings that it can have in particular contests or in a semantic system. He is expecially interested in its disturbing and uncanny nature. We could define Mirco "bewitched", remembering Latin uncertain etymology, from "masca" to "witch".
In the mask he manifests another himself who becomes an actor. As an actor, he can move ambiguously through the reality, the imaginary and the symbolic. He masquerades himself to talk but also to be listened.
"Person", indeed, was the word used to suggest the actor's mask and, nowadays, we use that word to indicate the mankind.
So, we also have the theme of "the double" in the mask, with all of the anthropogical and literary implications.
How does Mirco Belacchi move inside this phantasmal intrigue?
We could say that he builds critical and theatrical masks.
He photographs what is "unphotographable", like the idea.
The camera could enter the unconscious and he photographs inside that. He can orient the lights and meanings flow.
Projected lights on images are like cultural projections of which images is loaded. Reflexes and references for which the title becomes a clue.
Belacchi's technical and artistic skill consists in that ability to summarize narrative essences in undivided symbols. His photos aren't frozen or static in the instant of action. But they seem to be access portals to romantic tales: the Venetian Bautta, the Styx, the Labirinth.

Marco Ferri 



Mirco Belacchi has got a photographic language that seems to be a dreamlike, an intimate psychic one, at first sight. A language that may seems a disturbing, distressing and, at time, a macabre one.
There are a read search, a continuous but shy consciousness of a refined and never mundane poetics. That poetics goes straight on to the essence of life, unconscious and transience of time.
De Andrè with "Spoon River", Borges with "Aleph", Saramago and Kafka with "Metamorphoses", Bergman with "Antonius Black" and Stéphan MIroux with "Dream Art", they all live in his works.
We can observe the search of an own time, a search that is free from the rhetoric of homesickness.
We can also note a search that uses colors to draw a hymn of life (Vysotswky said: "Long life to those who sing in the dream") : this search moves along a brash and curious wind, mindful of Haas and Wender's sight.
In this work, "Masks", Mirco tries to analyze the man in all of his necessary stratifications, without giving any ethic judgment, but bearing in mind a "summa pietas" that he gives to himself and to the entire mankind.

Monique Erba Robin 



Sit down and take off every protections (obsessions, fears, horrors) those keep you far from the truth, and start this curious, beacuse, haunted journey. It's the journey of a man who explored himself. Dancing, dreamlike images, colorful flashes of nearly suffering psychedelia hurt the vision.
Men, not-men, bones and plastic, semen and blood, reality and fictions, splitting, refractions, amputations and implants of conscious not-unit.
Exploring the own essence is not an easy work. Rummaging in darkest and hidden ravines, those usually smell as stale and stench, as smells never perceive before: that's not a suffering-free action. The multiplicity inside the man should be a well-estabilished and somewhat comforting truth. But this not that.
Turning in on themselves just to find answers, to give a sense and dignity to what we are. Stripping the rebel, violent and bully coexistence of such a lot of shadows, born by a "mother-shadow" of ourselves, create a sort of resigned loneliness that leaves no room for the "outside", because our "inside" is enough full of solitude, so we cannot dilute again our living space.
We are one hundred masks those live next to each other. We cannot explode so we implode.
I would like to say that we travelling on a double decker in a journey with different levels of awareness and knowledge. I would like to say this soul reshuffle mercilessly has got a beginning and an end, but I can just resign myself to this truth: we are in a "cul-de-sac".
We cannot do anything except for seeing pitifully this multitude of fragmented "Egos" that have just one certainly in their living together.

Elisabetta Acri 



When I saw Mirco Belacchi's works for the first time, I felt a strong contrast sensation, as an emotional impact, that sent me emotions of anguish and pleasure.
Belacchi proposes us a fascinated path, made by a hundred photos connected to tests, those appear difficult to interpret. They are, indeed, capable to give us a deep reading key.
Mirco brings us in a disturbing world, that is full of questions and poor of answer but it's absolutely real.
The main character of his works is the face and it is our guide in path that a man has to do to reach the truth and to find himself. We have to decompose ourselves to better understand us.
We must take off the mask we are obliged to wear until death. Taking off the mask. Take it off and feel. Taking off from the face and the body everything let us feel alive.
In this way , we can regain life. The "Ego" fragmentation process begin, a sort of catharsis, a self-purification through the oblivion of death, which punishes, destroys. A the same time, it create knowledge and awareness in its fearsome, disturbing meaning of man transformation.
Everything changes in Mirco Belacchi' s work.
Firstly, the order of the world, its static and traditional placidity, is transformed.
And it becomes chaos, fogging and blurring like a drop of ink that is lacerated softly in a glass full of water.
This drop changes the clarity of water, which makes the color weak and tame. However, the water cannot destroy all the ink color. Ink and water become one. These two elements seem to be each other in symbiosis.
The apparent (o real?) chaos is created in spaces between these particles. It is the most simple example of the entropy: from order to chaos.
Mirco Belacchi' s photos bring us inside things to better understand them and to see their shades.
They can disturb the sense of linearity and the order that the mask we're wearing don't let us to see. We have to be that drop of ink. We have to become a thousand of little colorful drops those reshuffle with everything everywhere.
Then, they find serenity in chaos, in a disturbing glass of water apparently clear but full of ink. We have to live knowingly. So, a photographic entropy is used to confuse, melt, remelt and, at last to refound ourselves.

Christina C. Magnanelli Weitensfelder